Le “Five dabliù” sono le cinque linee guida del giornalismo. Le regole d’oro, le informazioni che il lettore deve apprendere scorrendo le prime tre righe dell’articolo che si appresta a leggere. Ho deciso di usare questa stringata batteria di domande – alle quali in genere si risponde implicitamente – per intervistare artisti, personaggi noti e anonimi, per costringere bonariamente i miei interlocutori ad una brevità che riveli qualcosa di loro.
Ettore Frani
nasce a Termoli il 26 Agosto 1978.
Vive e lavora tra Roma e Bologna.
Per Frani la pittura comporta l’utilizzo della classica tavola e di superfici laccate (MDF) in dimensioni variabili. Egli cataloga la sua frutta marcita per la malattia che ne ha infettato le forme. L’assenza del colore la trasforma così in metonimia. Il fondo nero, d’olio e sedimenti polverosi, scontorna i soggetti ed è l’entità immateriale che li divora. La camera oscura, nella quale la radiazione luminosa appare e scompare come dal cono di un riflettore, è la teca dello “ieros”; il sacro che esplora la natura delle cose e le emulsiona su un dagherrotipo immaginario.
Radure:
Il paesaggio è velato da una coltre di foschia. Non si tratta di bruma ma di un’afa sensoriale. Il non colore è un viraggio corrotto, che lascia affiorare la similitudine con dagherrotipi nei quali è riemerso il nitrato d’argento. Il ricordo di una brezza piega i ciuffi d’erica; ma è pura evocazione. In realtà regna un’assoluta immobilità rappresentativa. Le predelle in dittico aggiungono al “quadro” una denotazione lirica e astratta.
anita t. giuga
WHO
La data anagrafica non può avere qui alcun valore. Il nome e l’anno nominano falsamente l’esistente.
Vivere non basta per essere e solo l’incontro con la pittura ha permesso l’avvento di un”chi”.
Questo che io sono, dipinge e viene incessantemente dipinto.
crea distruggendo e immancabilmente viene creato e distrutto.
Dipingere è bruciare.
È sacrificare.
È pregare.
È pretendere e mai sentirsi occupanti in casa propria.
WHERE
Dove sono quando dipingo?
Si dipinge ovunque. Con il pensiero, con gli occhi, con le mani sgombre dai pennelli.
Ora vivo a Bologna, ma il luogo reale dove calca forsennato il piede è sempre altrove.
Si sta delle volte come il nocciolo nella polpa del frutto, purché si riesca a mantenere una fessura verso l’esterno.
Non si fa altro dopotutto, che tenere assieme due mondi.
Il movimento incessante è il luogo.
WHAT
Questo non è un mestiere. Non è una passione. Non è e non può essere professione. Non ci sono orari di lavoro, né pause domenicali. Non si esce per le ferie.
L’urgenza è tutto. Se questa viene a mancare bisogna saper tacere.
WHEN
E quando si è “costretti”, “chiamati”, il tempo assume allora altri ritmi. Altri odori.
Non esiste nessun quando, ma solo ossessivamente… ora. Adesso.
WHY
Si dipinge perché non si è e si vuole essere.
Perché la mancanza è troppo grande da sostenere.
Perché quello che si sente è più reale di ciò che si vede.
Perché vivere le ore del giorno non basta.
Perché bisogna trovare il modo di amare la vita se non la si sopporta.
Perché bisogna che ognuno saluti e conosca la propria solitudine.
anita tania giuga

